09 gennaio 2010


Riva-Arco, lo stemma del Comune Unico
Dal giornale l'Adige del 8 gennaio 2010 - pag.34
di Paolo Liserre

RIVA - A vederlo è un mix perfetto (a seconda dei gusti ovviamente) tra gli stemmi storici di Arco e Riva del Garda. C'è un po' tutto dell'uno e dell'altro, per non scontentare nessuno. Ma da ieri l'idea di un Comune Unico tra Riva e Arco (lanciata dal sindaco rivano Claudio Molinari già due anni or sono e ribadita anche nell'ultima relazione di bilancio) un primo punto di partenza virtuale ce l'ha: lo stemma del Comune che verrà, come si vede nella foto a fianco. A confezionarlo e farlo viaggiare in quel grande contenitore del nuovo millennio che è Facebook è stato Massimiliano Floriani, esponente dell'Italia dei Valori, arcense doc. E ovviamente, come Facebook insegna, non ce voluto molto perché i commenti si sprecassero. Divertiti e preoccupati, quelli dei perplessi e quelli dei possibilisti. Commenti di chi ci spera che un domani si arrivi a vedere qualcosa di simile e di chi viceversa non ne vuole nemmeno sentir parlare. L'importante comunque, almeno per partire, è che se ne parli. «Un esempio che è anche una provocazione» commenta lo stesso autore che tra l'altro si prende la briga di spiegare ai meno sapienti che «lo stemma di Arco rovesciato (così come riprodotto in quello nuovo, ndr.) c'è in molti antichi stemmi della famiglia dei Conti d'Arco. Perciò - commenta Floriani - almeno con gli arcensi mi salvo». Se lo stemma è forse un problema risolto, ora se ne presenta un altro: quello del nome. Chi propone «Alto Garda» e chi, con sottile ironia, lancia la sua idea rivoluzionaria: «Comune rappresentato dall'Ottobre». Sempre che il progetto abbia qualche possibilità di diventare realtà, magari nel decennio che è appena cominciato. Anche perché, come sottolinea Giovanni Santoni, tra l'altro consigliere comunale a Riva, «viene da sorridere a parlare di fusione quando poi il Pd di Riva e Arco alle elezioni provinciali non riesce a fare il consigliere creando un danno ad entrambi i Comuni». P.L.
La canzone è poesia e rivoluzione
di Massimiliano Floriani
Rubrica "L'ortiga"
Notiziario Comunale di Arco
n.2 / 2009

La compianta Fernanda Pivano, scomparsa lo scorso 18 agosto nella sua Genova, ci aveva insegnato cosa è la canzone dei cantautori italiani. Lo sosteneva con forza, vigore e passione. Era innamorata della profonda poesia che sempre ci ha raccontato degli ultimi della società: i disagiati, i poveri, le puttane, i drogati, i maltrattati, gli oppressi. Da qui l’illuminazione. La poesia è stata sostituita dalla canzone. “I ragazzi non leggono i poeti ufficiali. Leggono quei poeti che creano le loro canzoni: i cantautori li ascoltano, sono un ritorno a questa possibilità di identificazione attraverso la poesia, al ritrovarvi vivi i problemi della contemporaneità. I cantautori raccontano le storie del nostro tempo; il linguaggio altro, che io aborro, dei poeti, invece tiene lontano i ragazzi”. Si può essere d’accordo oppure no con questa affermazione delle Pivano, ad esempio Francesco De Gregori pensa proprio il contrario, la poesia rimane sulla carta e la canzone è un’altra cosa. Io mi ritengo più propenso a pensarla come l’intellettuale genovese che intervistò i grandi letterati del novecento e che tradusse Edgar Lee Masters. I cantautori italiani a partire dagli anni sessanta hanno rovesciato alcuni stereotipi, hanno gridato nelle strade e nelle nostre case la libertà, l’uguaglianza, la compassione e l’amore. Come è possibile affermare che non hanno fatto poesia? Hanno fatto poesia e rivoluzione. E per fortuna ci sono stati, e ci sono seppur nell’ombra. Ma in quest’epoca molte cose sono cambiate, gli anni settanta sono molto lontani. Chi si avvicina alla musica dei cantautori lo fa con un po’ di nostalgia, oppure con la totale ignoranza perché troppo giovane da comprenderne il metodo e il fine. Forse Fernanda Pivano non ci ha mai parlato della desolazione musicale di inizio millennio, trovare un cantautore nel nostro Paese che non sia un veterano “principe della musica” riconosciuto come un maestro indiscusso (ad esempio Battiato, Fossati, De Gregori, Vecchioni) è quasi un miracolo. Ci sono numerosi nuovi cantautori che hanno moltissimo da dire e da cantare, che ancora scrivono poesia e lanciano il principio della rivoluzione. Ma sono nell’ombra perenne, come fossero realmente dei rivoluzionari, con la sola differenza che loro impugnano una chitarra e non un fucile. La considerazione che ne sorge è una sola: il mercato ha volutamente tagliato dalla scena questo tipo di musica e di conseguenza anche la riflessione che davano i testi impegnati ai milioni di giovani eccitati, desiderosi di assorbire valori superiori e autentici davanti ad un falò. Questa inversione del mercato ha generato e genera ignoranza, ma non quella intellettuale bensì l’ignoranza spirituale. Prima di morire la Pivano disse: “Con molto dolore per i morti e per la tragedia devo dichiararmi perdente e sconfitta perché ho lavorato 70 anni scrivendo esclusivamente in onore e in amore della non violenza e vedo il pianeta cosparso di sangue”. Non ci dobbiamo meravigliare se la rivoluzione musicale è stata fermata perché forse, in relazione a queste parole, la musica ha perso la guerra per la rivendicazione dei deboli e dell’uguaglianza.

17 dicembre 2009

Variante 10: conflitto di interessi?

di Massimiliano Floriani

Comunicato stampa Italia dei Valori di Arco

Pubblicato in parte su l'Adige e Trentino del 11 dicembre 2009


Ritorniamo sulla ormai controversa questione della nuova variante al PGR detta variante 10, ex variante Turistica. In un articolo sui quotidiani locali della settimana scorsa, il Presidente della Commissione Urbanistica del Comune di Arco, arch. Roberto Bresciani, ha liquidato in modo secco e frettoloso le perplessità di cittadini ed esponenti politici -non solo extra-consiliari come Italia dei Valori ma anche di molti consiglieri di maggioranza- descrivendole come “discussioni (spesso sterili) su metodo o altre amenità simili.”. Dunque alcune costatazioni, specie sul metodo, vengono percepite da Bresciani come amene, cioè divertenti; ma c'è veramente poco da ridere. Infatti per quanto riguarda la trasparenza e il metodo, motivo per il quale il sottoscritto ha già manifestato una certa contrarietà a nome di Italia dei Valori alla variante 10, ci sono particolari non detti. Basta fare una breve ricerca sulla consulenza esterna affidata all'arch. M. P. per comprendere immediatamente che qualcosa non quadra. Dalla determina n°327 del 26/09/2008 rilasciata dall'allora Dirigente dell'Area Tecnica Luigi Campostrini si evince che la scelta dell'architetto è stata fatta in base alle competenze fornite dal curriculum depositato in comune. Però nelle Linee di indirizzo per l'affidamento di incarichi di consulenza, studio, ricerca e collaborazioni redatte dal Segretario Comunale si legge che “il provvedimento di affidamento dell'incarico deve dare atto delle motivazioni che hanno portato all'individuazione del soggetto indicato”, ma questo nella determina non viene spiegato. Allora come fa un qualunque cittadino a saperlo se il curriculum non è scaricabile dal sito del comune come la determina in questione? C'è forse qualcosa che non si deve sapere? Infatti nel curriculum (il quale è possibile avere con una formale domanda in comune perché depositato agli atti) non vi è nessun accenno che il giovane architetto abbia mai lavorato su di una variante ad un Piano Regolatore prima del precedente incarico affidatogli sempre da Campostrini per la variante 8. Le domande a questo punto possono essere molteplici. Partendo con il presupposto che sia cosa buona dare un incarico ad un giovane che da poco esercita nell'ambito tecnico, mi chiedo comunque come mai l'architetto ha avuto ben due consulenze dal comune di Arco in un solo anno (cioè una sulla variante 8 e una sulla 10). Non si è tenuti ad una rotazione delle consulenze? Certo questo non è un aspetto presente solo nel nostro comune, in tutta la provincia ci sono casi emblematici di moltissimi architetti, anche giovani, che da anni hanno depositato il proprio curriculum nei comuni ma non sono mai stati contattati. Che ci sia bisogno di una spintarella? Per dare un ulteriore sostegno a questa tesi basta far richiesta del curriculum del sopracitato architetto depositato anche al comune di Vezzano, dove dall'ottobre 2005 è membro della commissione edilizia. Stranamente quello di Vezzano, seppur antecedente a quello di Arco, è di ben due pagine in più. E guarda caso nel presentarlo ad Arco si è voluto proprio omettere la parte riguardante la sua collaborazione continuativa da gennaio 2006 proprio con l'arch. Roberto Bresciani. Inoltre nella prima pagina di quello depositato in comune ad Arco l'indirizzo dello studio tecnico è lo stesso dell'abitazione con riportato il solo numero di cellulare, mentre in quello depositato a Vezzano casualmente l'indirizzo dello studio è lo stesso di quello di Bresciani, con riportati proprio i numeri di telefono e fax dello studio sito in via Santa Caterina. Ma mettiamo caso che la collaborazione non ci sia più fra i due architetti, perché allora, mi chiedo, si è voluto ometterlo dal curriculum di Arco? Inoltre se si nota l'elenco della strumentazione di cui è dotato lo studio dell'architetto M.P., alla fine di ambedue i curriculum, si percepisce chiaramente che una sola persona non ha bisogno di cinque stazione grafiche PC Pentium 4. Questo perché evidentemente si fa riferimento all'attrezzatura messa a sua disposizione da altri studi. Il problema è che non vi è alcun riferimento di far parte di uno studio associato. La domanda spontanea dunque sorge. Chi ha indicato il nome di M. P. come consulente esterno per la variante 8 e 10? Alla luce di questi fatti, che Italia dei Valori ritiene gravi e poco trasparenti, chiediamo che il consiglio comunale ne discuta e che vengano presi al più presto provvedimenti. In conclusione ci auspichiamo che cariche importanti come la Presidenza della Commissione Urbanistica e l'Assessorato all'Urbanistica non vengano mai più affidate a progettisti che lavorano con uno studio privato sul territorio comunale. Bresciani scriveva a termine del suo articolo “questa è l'unica verità sulla variante 10”: e questi fatti cosa sono?

11 settembre 2009

Fiction nella realtà, amore nella fiction

di Massimiliano Floriani

Rubrica "L'ortiga"

Notiziario Comunale di Arco

n.1 / 2009


“Grande fratello”, “L’isola dei famosi”, “La fattoria”, “Amici”, “C’è posta per te”, “Uomini e donne”: una parte d’Italia che non vorrei mai vedere. E questi sono solo alcuni programmi. Un male che logora la società in cui viviamo: la struttura televisiva basata sui sentimenti portati in piazza, a volte preconfezionati, scenari apparentemente apocalittici mostrati a milioni di persone nelle ore più disparate del giorno. Pensare che “viviamo nell’era della privacy”, dove una legge contro le intercettazioni telefoniche viene osannata dalla maggior parte dei politici, senza tener conto (oppure di proposito) di quanto danno rechi una legge del genere alla lotta contro la mafia, contro la corruzione e contro lo spaccio di droga. Anche se non mi meraviglia sapere che al riguardo l’opinione dei magistrati conti poco, carpendo un’opinione pubblica fortemente populista.

E in questo contesto cosa vediamo sempre più spesso in tv? Le vite private di ogni personaggio famoso o sconosciuto. Eccola la privacy! Finzione sentimentale, storie scontate o complesse, criticate e a volte analizzate dall’opinionista di turno. Personaggi simili a Crepet che si improvvisano scienziati del cuore, dispensando consigli e pensieri talmente banali e sciocchi da non credere ci siano persone ipnotizzate davanti allo schermo. Ci meravigliamo se le nuove generazioni non si interessano di cultura, di politica, di storia; ci meravigliamo se ormai i sedicenni fanno regolarmente sesso con persone più adulte di loro, se non sanno discernere, se non sanno cosa sia la parola responsabilità correndo dietro all’ultimo telefonino, fregandosene di tutto e di tutti per apparire belli al mondo. A volte abortendo, come nulla fosse. Ma la colpa, cari signori, è anche vostra: professori del sentimento, illustri politici, ingegneri della comunicazione. Fatevi un analisi, cercate di vedere nella vostra famiglia come sono andate le cose negli ultimi 20 anni. Avete lasciato andare tutto allo sfacelo, in balia della comunicazione feroce di quest’epoca. E non si riesce a fare un passo indietro, nemmeno uno.

Alla base dell’insufficienza di trasparenza e di dialogo in una giovane coppia c’è la comunicazione non verbale, la presenza nella nostra vita di armi come sms, mms, mail, chat e via dicendo. La rovina dello stare insieme fisicamente e mentalmente, e direi anche spiritualmente. Il piacere dell’abbandono psicologico ad un amore sconosciuto è stato sostituito da un incalzante voglia carnale, che prescinde certo da un profondo strettone allo stomaco chiamato sentimento. Relazioni superficiali posate su di un terreno sdrucciolevole che il tempo consuma: la bellezza esteriore. È qui che le nuove generazioni si sono perse, invischiate come in un gioco talmente reale da diventare l’attuale modo di vivere. Fiction nella realtà, amore nella fiction.

Non c’è canale che non trasmetti l’immagine della bellezza perfetta, di un apparire al mondo sempre (e finalmente) belli. Questo immagino sia l’unico motivo reale di una dimenticanza di massa di come ci si innamori realmente. Non intendo dire che tutti siano coinvolti, ma purtroppo se dovessimo fare un sondaggio ogni anno il numero delle persone in questo stato aumenterebbe. Anzi, basterebbe guardare l’audience televisivo di questi programmi assurdi che di educativo non hanno mai avuto nemmeno il nome. E forse ci accorgeremmo che non servono leggi sulla vigilanza Rai, ma servirebbero leggi per la rimozione dai canali italiani di un certo tipo di tv. Almeno limitandone le proiezioni. I giovani assimilano fin da piccoli tutto quello che gli sta intorno. E bene sappiamo che la televisione spesso è una madre troppo lasciva e libertina. Adesso ne raccogliamo i frutti, forse marciti. Dei frutti funesti che non riusciamo a modificare. Ne abbiamo ricavato un futuro di laureati senza la conoscenza più splendida e importante che una persona dovrebbe possedere: l’essere in grado di amare. Uno strumento che prescinde da qualsiasi attività lavorativa, da qualsiasi stile di vita si voglia intraprendere, ma lo strumento essenziale per affrontare il cammino periglioso dell’esistenza.

29 luglio 2009

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06 luglio 2009

“Giano Bifronte” avvisi di conclusione indagini – Trento

dal blog "l'AnteFatto"

www.antefatto.ilcannochiale.it

di Denise Fasanelli


L’inchiesta “Giano Bifronte”, che nel settembre 2008 ha interessato eponenti del mondo politico (di entrambi gli schieramenti come si evince dal titolo della stessa), economico e professionale trentino, fa un altro passo in avanti.

Ricordiamo che cinque persone, le stesse che furono sottoposte a misure cautelari il 16 settembre 2008, sono uscite dall’inchiesta patteggiando. Si tratta di Fabrizio Collini, imprenditore definito dai giornali “il re degli appalti”, amministratore e socio della ditta di costruzioni Collini spa, accusato di turbativa d’asta e reati sessuali, il quale risulta aver già versato 8 milioni di euro di risarcimento danni. Inoltre Marco Angelini, architetto della società Civil Engineering accusato di turbativa d’asta e corruzione. Con le medesime accuse: Giacomino Osella, presidente di una società di trasporti pubblici trentina, l’Air spa, Giuseppe Todesca, avvocato della stessa Società e Giuseppina Leonardi, geometra della Civil Engineering.

Nei giorni scorsi il pm Pasquale Profiti ha inviato gli avvisi di conclusione delle indagini, 4 coloro che hanno ricevuto il capo di imputazione e che dovranno quindi preparasi alla difesa.

Per Silvano Grisenti, ex presidente dell’A22 spa, le pesanti imputazioni mosse dalla procura sono: tre ipotesi di corruzione, una di concussione e una di truffa. Grisenti, classe 1955, ha partecipato ai gruppi giovanili della Dc, nel 1990 è stato eletto nel Consiglio Comunale di Trento per il quale è stato poi assessore ai lavori pubblici, al patrimonio, al traffico e trasporti e alla protezione civile del Comune di Trento quando il Sindaco era Lorenzo Dellai. Nel 1999 diventa l’assessore provinciale più potente degli ultimi vent’anni, almeno quanto a deleghe: suoi i trasporti, gli enti locali, la protezione civile. Si guadagna l’appellativo di “Caterpillar” e dopo le elezioni del 2003 è nuovamente assessore, ma si dimette dalla carica nel 2007 quando viene nominato presidente della A22 spa (Autostrada del Brennero). Sarà costretto a dimettersi il 19 settembre 2008 successivamente agli scandali e alla pubblicazione di alcune delle intercettazioni che lo hanno visto protagonista in quest’inchiesta. L'1 dicembre 2008 è tornato a lavorare in Regione, con il nuovo incarico di "coordinatore dei progetti di solidarietà internazionale" dichiarando in un’intervista: “più che la politica mi manca il servizio alla comunità; il fatto di potermi interessare alla cosa pubblica. Dopo di che la politica non si fa solo nelle istituzioni”. Comunque, noi trentini, ci sentiremmo più tranquilli se lui fosse tenuto distante dalla cosa pubblica, almeno fino al termine dell’iter giudiziario.

Per corruzione è nei guai anche Stefano Oberosler, imprenditore dell’azienda di Costruzioni Oberosler cav. Pietro spa. Secondo la procura avrebbe versato al gruppo sportivo pallamano di Mezzocorona somme di denaro in cambio di favori e “aggiustamenti” da parte dell’ex presidente dell’A22 Grisenti.

Il dirigente provinciale Dino Leonesi, come presidente dell’Istituto Beato de Tschiderer, è nei guai per la realizzazione di un immobile dell'istituto. Secondo l'accusa, Leonesi avrebbe fornito all’imprenditore Collini la bozza riservata del progetto tecnico e avrebbe anche chiesto al costruttore di indicargli nominativi di commissari per la valutazione delle offerte di appalto.

Nell'avviso di conclusione delle indagini ritroviamo anche i nomi di quattro "persone giuridiche", cioè società indagate che rischiano pesanti sanzioni e provvedimenti interdittivi: sono l'Autostrada del Brennero spa (che ha una duplice posizione: indagata per la spregiudicatezza del suo ex presidente ma anche potenziale danneggiata dallo stesso), la Oberosler spa; Civil Engineering e Soprint srl (società che facevano riferimento all'architetto Angelini).

L’ultimo avviso è per Mario Malossini, 62 anni. All'inizio della carriera è stato autista e segretario di Flaminio Piccoli, eletto per la prima volta nel 1978 consigliere provinciale, poi assessore. Dal 1989 al 1992 è stato presidente della giunta della Provincia autonoma di Trento. Nel 1992 ha dato le dimissioni insieme ai suoi assessori e nel 1993, nel periodo dell'inchiesta di Mani pulite è stato indagato dal tribunale di Rovereto e poi arrestato da quello di Trento. Condannato in via definitiva per ricettazione, nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti dell’Autobrennero. In passato, colleziona anche due prescrizioni: quella della villa di Torbole e quella degli alberghi Centrale e Portici di Riva del Garda, grazie alla derubricazione del reato di concussione in quello di corruzione. Molti trentini ricordano che, uscito semi-indenne dalle aule di Tribunale, avviò le procedure per riuscire ad avere dalla Provincia il rimborso delle spese legali sostenute per difendersi, ottenendo nel giro di 15 giorni ben 436 milioni di lire. E’ stato Presidente della Compagnia delle Opere trentina dal 2000 al 2003. Rientrato poi in politica nello stesso anno, candidandosi alle provinciali per Forza Italia, si è presentato alle elezioni politiche dell'anno scorso, risultando, nella circoscrizione Trentino Alto Adige, il primo dei non eletti alla Camera dei deputati per il Pdl. Secondo la Procura, sono da riferirsi proprio a tale campagna elettorale le donazioni fatte dall’amico e imprenditore Collini (15-18 mila euro, somme di provenienza illecita in quanto costituita da fondi neri della Collini spa e in particolare, dalla restituzione dell'imponibile di fatture per operazioni inesistenti).

Ma l'ex leader di Forza Italia nell'avviso di conclusione trova anche notizie “positive”: l'originaria ipotesi di corruzione è diventata una meno grave imputazione per ricettazione e violazione della legge sul finanziamento ai partiti. Insomma il lupo sembra perdere il pelo ma non il vizio.

Naturalmente queste sono accuse che dovranno essere provate davanti al giudice. Il pm Pasquale Profiti ritiene di aver raccolto sufficienti fonti di prova per affrontare la fase del giudizio. Ora la parola passa proprio ai difensori che avranno venti giorni di tempo per presentare memorie e richiesta istruttoria. In ogni caso prima dell'eventuale udienza preliminare ci vorranno alcuni mesi.

Nell'avviso di conclusione delle indagini mancano molti nomi che finirono nell'inchiesta Giano Bifronte in fase di indagini preliminari. Cosa significa? È probabile che le loro posizioni siano state stralciate e siano dunque ancora pendenti. Evidentemente la procura ha ritenuto che a loro carico non siano emersi elementi sufficienti per sostenere l'accusa. Nei prossimi mesi, dopo un ulteriore approfondimento, per loro potrebbe essere avanzata richiesta di archiviazione.

Comunque vada a finire, grazie all'inchiesta Giano Bifronte, lo Stato ha già incassato quasi 9 milioni di euro. Denaro che non sarebbe mai stato recuperato se all'epoca dei fatti fosse già stata in vigore la nuova legge che limita drasticamente le intercettazioni telefoniche e ambientali. La nuova norma avrebbe di fatto impedito le indagini e avrebbe messo il bavaglio ai giornalisti che ve l'hanno raccontata.

23 maggio 2009

NUOVI APPUNTAMENTI
C.A.I. - S.A.T.
Sezione di Riva del Garda
Presentazione dell'Annuario 2009

Interverranno:

Marco Matteotti
Presidente S.A.T. di Riva del Garda

Massimiliano Floriani
Direttore dell'Annuario S.A.T.

Romano Turrini
Storico

Piergiorgio Motter
Presidente S.A.T. Centrale

Claudio Molinari
Sindaco di Riva del Garda e Senatore della Repubblica

Giovedì 28 maggio 2009 - ore 21.00
Sede S.A.T. di Porta San Marco - Riva del Garda (TN)

20 maggio 2009

Quei magistrati italiani ammazzati «Toghe rosso sangue», con Paride Leporace e Italia dei Valori
Dal giornale l'Adige
del 20 maggio 2009 - pag.37

Il Gruppo consiliare provinciale dell'Italia dei Valori ha organizzato l'altra sera la presentazione del libro «Toghe rosso sangue - La vita e la morte dei magistrati italiani assassinati nel nome della giustizia» di Paride Leporace. L'evento, che si è tenuto nella sala conferenze dell'Hotel Olivo di Arco, rientra nella serie di incontri formativi che Italia dei Valori di Arco ha intenzione di proseguire ad organizzare dopo il primo incontro con il giornalista Marco Travaglio tenutosi al Casinò nel giugno scorso. Leporace, direttore del «Quotidiano della Basilicata», ricostruisce in attenta analisi un percorso spesso lasciato in disparte dall'informazione -ricordando quasi solamente i «martiri» Falcone e Borsellino- percorso difficile e pericoloso che la magistratura ha intrapreso per la lotta contro la mafia, condannando così 27 di loro ad una morte atroce in nome della giustizia in quei 25 anni tutt'ora nell'ombra. Nel corso dell'incontro Leporace ha sottolineato le macabre scoperte che fece durante le sue ricerche, nei cinque anni dedicati alla scrittura di questo importante testo. Una su tutte, forse una scomoda verità: in nessun Stato occidentale e nemmeno nei Paesi del sud America ci sono mai stati 27 omicidi di giudici o magistrati. Oltre al libro anche un video che presentava le foto di ogni magistrato assassinato dalla mafia, dalla ‘ndrangheta, dalle Brigate Rosse e da organizzazioni di estrema destra. Sono poi intervenuti il consigliere provinciale di Idv Bruno Firmani e Massimiliano Floriani, coordinatore delegato Idv per Arco e Riva, che ha ricordato come la cittadinanza di Arco sia attenta alla lotta contro la mafia citando la raccolta di firme per riassegnare la scorta al testimone di giustizia Pino Masciari e gli incontri con il vescovo Bregantini e Don Luigi Ciotti.

13 maggio 2009

Gruppo consiliare provinciale ITALIA dei VALORI
invita la cittadinanza alla presentazione del libro


TOGHE ROSSO SANGUE
La vita e la morte dei magistrati italiani
assassinati nel nome della giustizia


Incontro con l'autore

PARIDE LEPORACE

Giornalista, scrittore,
direttore del
“Quotidiano della Basilicata”

Inoltre interverranno
MASSIMILIANO FLORIANI
Italia dei Valori di Arco


BRUNO FIRMANI
Consigliere provinciale Italia dei Valori

“Tra il 1969 e il 1994 sono stati ben ventisette i magistrati italiani che la criminalità organizzata e il terrorismo hanno brutalmente assassinato, e solo perché “colpevoli” di servire lo Stato. Ventisette vite umane sacrificate sull’altare di oscuri disegni eversivi e colpite senza pietà, vittime cancellate dalla memoria collettiva. Da Agostino Pianta fino a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il libro di Paride Leporace ricostruisce la carriera professionale dei giudici assassinati in Italia, spiega il contesto in cui maturò il loro omicidio, raccoglie la testimonianza dei parenti, degli amici e addirittura dei carnefici, salvando chi è stato costretto a dare la vita per l’esercizio della giustizia dalla più spietata delle condanne: quella dell'oblio.”

Bruno Firmani
Massimiliano Floriani


LUNEDI' 18 MAGGIO 2009 – ORE 17.00

Sala Conferenze Hotel Olivo – Arco

Ingresso libero

06 aprile 2009

Il corpo sovrano tra vita e diritto
di Stefania Comai


Vittima di millenario vilipendio, contraltare profano di uno spirito di trascendente cittadinanza, il corpo è il supporto biologico ed il confine epidermico della nostra persona. Come confine è ciò che
materialmente la definisce, attraverso il corpo vengono manifestati in forma più o meno intenzionale stati d'animo, condizioni di salute, provenienza geografica, appartenenza etnica o origine genealogica. D'altro canto, se da un lato delimita la straordinaria complessità e dinamicità di ogni moto interiore, esso è nondimeno lo strumento che non solo permette l'espressione del nostro sé personale ma costituisce la condizione di ogni suo potenziale relazionarsi con il mondo circostante, cui appartiene ed a cui si contrappone. Evidentemente se interiorità/esteriorità, soggetto/oggetto sono categorie concepibili come sfere distinte e contrapposte, dovrà esistere un confine che materialmente dia ragione di tale contrapposizione. E' vero tuttavia che proprio laddove si pone il limite di una distinzione, con esso viene a definirsi l'identità delle parti in causa e si instaurano gli strumenti per la loro reciproca – e direi vitale - comunicazione, un alfabeto dei cinque sensi che fa dell'uomo non un compartimento stagno tra le forme del vivente ma un essere sensibile e relazionale. La consapevolezza del nesso che intrinsecamente lega l'uomo al suo ambiente comporta, tra l'altro, non poche conseguenze in relazione al suo agire nel mondo ed alle responsabilità cui questo mette capo.
Certo uno stabile statuto del corpo non è tuttavia così semplice a definirsi come intuitivamente potrebbe apparire. Al contrario può suonare piuttosto paradossale che ciò da cui risultiamo strutturalmente indivisibili risulti ancora un oggetto di così incerta definizione. Innanzitutto è il corpo una componente materiale giustapposta all'anima e con essa costitutiva della persona? Lo si definisce correttamente nei termini di un sostrato del soggetto, una sineddoche della persona? “Questo è il corpo che ho” o “questo è il corpo che sono”: quale espressione è la più congeniale? “Questo è il mio corpo” equivale a dire “questo è ciò che sono, ecco me stesso” o piuttosto indica il riferimento ad un'appendice materiale, un oggetto che ci pertiene, o – questo il punto – un oggetto che ci appartiene, di nostra proprietà?

Quello che a prima vista potrebbe apparire un pedante gioco lessicale o retorico è invece un particolare emblematico, foriero di domande cruciali. Le parole, quanto meno per chi vi è ancora religiosamente devoto, hanno uno spessore tale da richiedere esattezza e responsabilità. Questo è partocolarmente vero, non a caso, nel linguaggio giuridico. La proprietà di un bene come diritto reale fondamentale si esplica nella facoltà di poterne disporre e godere. Se il corpo è
mio, è possibile vantare su di esso tali prerogative? Se il corpo è mio, in che misura ne sono padrone, in che misura ne sono sovrano?

“Su se stesso, sulla sua mente e sul suo corpo l'individuo è sovrano” - così scrive John Stuart Mill in uno dei testi che costituiscono le radici del liberalismo moderno, il saggio Sulla libertà del 1859. Che il corpo sia stato nodo cruciale nell'evoluzione del rapporto tra Stato ed individuo, potere e libertà, lo dimostra non a caso lo stesso pilastro del diritto penale anglosassone: l'Habeas corpus act, promulgato nel 1679, sancisce il diritto dell'individuo a non essere arbitrariamente tratto in arresto, detenuto, soggetto senza possibilità di revoca a subire l'abuso e la violenza di un potere assoluto. Quasi a dimostrare che la tutela di uno spazio di libertà individuale e la circoscrizione di una zona sottratta all'arbitrio sovrano comincia guarda caso proprio a partire dalla libertà della persona fisica. Per non considerare forse il tasto più dolente ed emblematico nell'intersezione tra fisico e politica, il corpo oggetto di tortura, la sofferenza di carne e di sangue inferta per catarsi o estorsione, talvolta ancora emergente dagli angoli bui del globo (non necessariamente periferici), buchi neri della democrazia.

Oggi la tensione corpo-potere si arricchisce di nuovi e complessi scenari apertisi a partire degli anni Settanta. In parte risultano determinanti le trasformazioni sociali occorse ad opera dei movimenti femministi, volti non solo – banalmente – alla rivendicazione di una pari dignità radicata sullo statuto autonomo della donna emancipata, ma piuttosto all'esigenza di costruire una nuova pratica politica, una concezione moderna della vita in famiglia ed in società. In Italia è questa la stagione del referendum sul divorzio (1974), della riforma del diritto di famiglia (1975) della legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza (1978).

Gli anni Settanta costituiscono tuttavia una decisiva fase di svolta per una ragione ulteriore, l'introduzione ed il rapido sviluppo delle applicazioni tecnologiche alla vita nei suoi stadi più critici e pregnanti: dalla nascita alla morte, passando per la procreazione e la malattia. Cosicchè ad essere problematizzate fintanto da incorrere nell'esigenza di una ridefinizione sono alcune tra le categorie più assodate dalle radici della storia dell'uomo. Le nozioni di vita e di morte acquisiscono uno spessore problematico. Si considerino le questioni sorte intorno al dibattito sull'aborto, dal problema del rapporto embrione-persona alla concezione di vita come bene indisponibile, ma anche l'accettazione già negli anni Sessanta dell'accertamento di morte da stabilirsi secondo i criteri della morte cerebrale e non più sulla base dell'arresto cardiocircolatorio (con le relative conseguenze in materia di trapianto).

Lo stesso statuto del corpo assume dunque connotati fino ad allora inimmaginabili tali da divenire un nuovo e controverso soggetto politico, giuridico, sociale. Il corpo non è innanzitutto una struttura stabile ed immodificabile, può bensì subire alterazioni, delezioni o integrazioni nel suo complesso o in una sua parte. Basti considerare gli interventi di chirurgia estetica, i trapianti, le amputazioni, il ricorso a dispositivi artificiali, dalle protesi di diversa natura ad una comune lente a contatto. In che termini la sovranità sul corpo regge di fronte alla sua potenziale disintegrazione? Se il
mio corpo è una struttura composta di tessuti asportabili, di organi cedibili, di sangue trasfondibile, di materiale genetico trasmissibile, fino a dove si estende il mio diritto di tutela su di esso e le sue componenti?

Il progresso della ricerca genetica introduce ulteriori complicazioni: nella misura in cui il gene viene identificato come banca dati della persona e potenziale archivio informativo del suo divenire, il diritto alla privacy, che già vuole garantire la riservatezza dei dati personali e della vita privata, viene esteso a garanzia del trattamento del dato genetico, a maggior ragione considerato il fatto che esso non riguarda esclusivamente il singolo ma la sua intera famiglia biologica. Il materiale giurisprudenziale degli ultimi decenni, riconoscendo il potenziale significato ed impiego dell'informazione genetica da parte ad esempio delle compagnie assicurative o del datore di lavoro dell'individuo interessato, attesta di fatto il rischio di una discriminazione genetica. Rischio concreto se si considera, come avvenuto di recente negli Stati Uniti, l'esplicita rinuncia di molte donne, motivate dal timore di un potenziale licenziamento, a sottoporsi a test genetici predittivi di potenziali predisposizioni al tumore del seno. Ad una discriminazione su dati di fatto fisici, etnici, religiosi, di genere, viene ad aggiungersi la possibilità di una potenziale disuguaglianza di trattamento fondata su calcoli probabilistici su un futuro potenziale.

Certo va qui considerata d'altro canto una minaccia ulteriore di riduzionismo genetico, altro argomento estremamente dibattuto, denso di problematiche conseguenze. Il DNA è dato unico e personale di ogni individuo e costituisce la struttura ed il funzionamento di un organismo. Ma in che misura si può pensare che esso risolva la persona e determini il suo sviluppo e le sue scelte? I mass media quotidianamente annunciano la scoperta di nuovi fondamenti genetici (il gene della fedeltà, della longevità, della bellezza, dell'intelligenza), prefigurando la possibilità di un non lontano intervento di manipolazione. Tra cinquan'anni saremo, se ne deduce, tutti belli, geniali, moralmente irreprensibili, forse addirittura immortali. Fortunatamente la genetica stessa smentisce queste semplici attrazioni editoriali. Il nostro corpo, a ben guardare, è un'organismo di gran lunga più affascinante e complesso, un'opera su cui giocano ruoli non trascurabili l'ambiente, le abitudini di vita, il nostro libero arbitrio e, non da ultimo, il caso. Ciò rende forse più complesso determinarne i potenziali sviluppi e prevenirne le possibili deteriorazioni, ma quanto meno lascia alla vita quel minimo di indeterminatezza su cui esercitare con libertà il proprio giudizio e le proprie scelte. Ma chi giudica dunque e chi sceglie? Questa la domanda che ancora fatica a trovare risposta.

Oggi il corpo pare ancora eminente oggetto di una sovranità contesa, zona grigia del diritto. Di fronte al dilemma, l'appello è rivolto ad un auspicato intervento legislativo, che agisca da inequivocabile risolutore. Denunciando tuttavia il silenzio della legge scritta e ricorrendo ad un'urgente legislazione last-minute, non si va forse incontro alla proliferazione incontrollata di una regolamentazione sempre più capillare? Se è la politica ad agire da giudice ultimo del nostro corpo, della nostra vita, non ne va infine di qualcosa di noi? Non ne va infine della stessa legge nei suoi fondamentali assunti, scritti nero su bianco sulla carta costituzionale? Va da sé che possano esistere lacune in un codice giuridico, se è vero che il diritto è un prodotto culturale e, come tale, in continua evoluzione. Tuttavia tali lacune non possono essere colmate trascurando (e dunque spesso violando) gli accordi costitutivi che danno ragione dell'esistenza non solo di un ordinamento giuridico ma dello stesso Stato. Libertà ed eguaglianza per il pieno sviluppo della persona umana (art. 3), inviolabilità della libertà personale (art. 13), diritto a non essere sottoposti a trattamento sanitario se non per disposizione di legge (vedi, ad esempio, i casi di trattamento sanitario obbligatorio), rispetto della dignità umana e sua inviolabilità da parte della legge (art. 32): in assensa di leggi ad hoc, la Costituzione ed il riferimento alla normativa internazionale continuano a rappresentare le fonti di diritto per la giurisdizione attuale.

In una società multietnica e multi-etica come quella odierna, l'accordo su valori condivisi è il pendio su cui arrancano giuristi, legislatori, politici. Tuttavia l'assenza di una morale condivisa non autorizza di fatto l'applicazione, alla stregua di uno stato etico hegeliano, di un credo univoco che verrebbe così facendo sancito e legittimato per legge. Su questo presupposto si fonda la lettura di un “diritto aperto e leggero” (Stefano Rodotà) o di un “diritto mite” (Gustavo Zagrebelsky) che non apra le porte, tra l'altro, all'anarchia biologica ma, essendo quanto possibile scevro da orientamenti morali, disponga piuttosto degli aspetti tecnici e procedurali della legge, lasciando al singolo un margine di libertà nel determinarne i valori contenutistici, sulla base dei quali orientare il proprio agire, il proprio vivere ed il proprio morire.

30 marzo 2009

Italia dei Valori presenta i candidati: «Puntiamo a due consiglieri»
Dal giornale
l’Adige del 28 marzo 2009 - pag.23

Il primo partito a presentare ieri mattina i candidati al consiglio comunale è stato Italia dei Valori. La lista, con molti studenti, diversi commercianti e liberi professionisti, è guidata dalla consigliera uscente Giugni Giovanna e da Salvatore Smeraglia (foto) . «L'obiettivo - commenta questi - è fare almeno due consiglieri». In lista ci sono pure: Giuliana Albarella, Renato Andreatta, Elena Beltrami, Vittorio Barone Adesi, Maria Vincenza Bernard, Grace Alice Bombardelli, Andrea Bondi, Maristella Bott, Luca Brogin, Roberto Cicero, Brunella Clementel, Sabrina Coser, Giacomo De Sero, Claudio D'Ingiullo, Rosa Di Sipio, Michele Facci, Martino Ferrari, Angelo Fresch, Ivo Gentilini, Mario Giuliani, Andrea Gorfer, Marco Ianes, Enrico Lo Marco, Francesco Mantìa, Caterina Rosa Marino, Fulvio Medeot, Marco Menestrina, Marco Modena, Claudio Molinari, Francesco Mongioì, Giuseppina Morini, Tania Natali, Marisa Pedrotti, Cinzia Pisetta, Fabrizio Russo, Daniele Sabbatini, Pier Paolo Santoro, M.Luisa Sturzen, Fulvio Tava, Angelo Maria Tellone, Lorenzo Valcanover, Alvaro Venzano, Marino Vitti.
Leoluca Orlando benedice Andreatta
Ieri a Trento l'esponente nazionale di Italia dei Valori
Dal giornale
"l'Adige" del 28 marzo 2009 - pag. 23


«Anche per Trento l'alternativa e possibile». Era questo il titolo dell'incontro promosso dall'Italia dei Valori con il deputato Leoluca Orlando, Sergio Piffari, commissario provinciale del partito, il consigliere provinciale Bruno Firmani, Giovanna Giugni, consigliere comunale, e il sindaco Alessandro Andreatta . Alle prossime elezioni comunali Idv sarà tra i partiti che appoggeranno Andreatta, che si è detto ben felice di accoglierli: « Noi condividiamo una stessa visione di città e troppo poco si parla di programmi, pur essendo fondamentali per le elezioni. Con questo partito ci ritroviamo oltre che nel pacchetto di risposte che vogliamo dare anche in una stessa idea di politica intesa come servizio e come incontro. Un servizio però non nell'interesse di qualcosa ma, come diceva Martinazzoli, nel disinteresse». «La partecipazione, la trasparenza e la sobrietà - ha continuato Andreatta - sono aspetti richiamati nel nostro programma che abbiamo realizzato assieme e ai quali Italia dei Valori tiene parecchio». Il partito di Di Pietro è stato poi definito sempre dal sindaco un vera novità, visto che nelle tornate amministrative precedenti non era in coalizione. Ha parlato invece a ruota libera l'esponente nazionale Leoluca Orlando spaziando dall'etica morale al conflitto di interessi e rimarcando l'importanza delle elezioni e della partecipazione: «Molti vorrebbero raffigurare Idv come un mucchio di persone con la fissazione di Berlusconi, pronte a raccogliere firme contro ogni cosa. Non ammetto che non ci possa essere qualcosa di simile, ma non vogliamo farci mettere all'angolo da questa immagine distorta del partito. Siamo presenti nei diversi temi di attualità ma il sistema ci vuole raffigurare come un gruppo di esagitati». In merito al Comune di Trento il consiglio che arriva da Orlando è quello di farsi opposizione da sola, cercando cioè di trovare le tante cose migliori che ha fatto e da lì partire per farne di ancora migliori. Molta importanza poi è stata data all'etica spesso dimenticata e ai valori della gente: «Anche in queste elezioni - ha detto Leoluca Orlando - vogliamo portare i valori che noi rappresentiamo in tutto il territorio ».

24 marzo 2009

Maggior serietà ed impegno da parte di tutti i politici arcensi
Dal giornale "l'Adige" del 24 marzo 2009
di Massimiliano Floriani

Il nodo da sciogliere comincia a diventare preoccupante. Troppo tempo è trascorso, vuoi per l’indecisione del sindaco, vuoi per la situazione per niente chiara di Unione per il Trentino e di Unione per Arco. Renato Veronesi (nella foto) deve prendere una decisione in breve tempo per non rendere ancora più complessa la situazione. Scelga un assessore esterno, di fiducia, e non si preoccupi troppo delle fratture politiche che si potrebbero creare. Faccia l’amministratore, questo è quello che tutti ad Arco stiamo chiedendo. D’altro canto sta al sindaco decidere gli assessori, e nessuno si deve arrogare il diritto di minacciare l’uscita dalla maggioranza per una poltrona che durerà solamente pochi mesi. Mi fa sorridere pensare che qualcuno rivendichi un posto per così poco tempo, che ci siano consiglieri che non intendono presentarsi in consiglio congelando tutto il lavoro che la nostra città aspetta sia fatto.
Dall’altra invece Mauro Ottobre, che si auto proclama “dimostrazione di una politica giovane e dinamica” per la sua performance alle elezioni provinciali (come ha scritto nella nota apparsa su “l’Adige” del 18 marzo), forse dimentica che il fare politica è molto più complesso che instaurare conversazioni da bar. È interessante notare come cerchi in tutti i modi di far saltare il governo di Arco, attribuendo a l’attuale giunta il “pregio” di essere la peggiore degli ultimi anni. Mi chiedo dove era qualche mese fa. Perché non ha fatto saltare la maggioranza quando era assessore? Forse dovrebbe sapere che una cattiva gestione non viene spesso rinfacciata dopo aver trovato rifugio in un altro scranno, specie se la sua ascesa in giunta ad Arco è stata sostenuta dall’attuale sindaco. Forse dimentica che attualmente in giunta c’è un assessore che fa parte della lista dove lui stesso era candidato, Tommaso Ricci. Al riguardo preciso che nella nota di Ottobre a “l’Adige” si leggeva di un urgente “risanamento del bilancio comunale oggi fortemente indebitato”. Allora mi chiedo come mai non spari a zero anche su Ricci che, oltre ad essere un assessore di Unione per Arco, ha come competenze proprio Finanze e Bilancio, e che, sinceramente, alla presentazione del bilancio a gennaio in consiglio comunale non mi sembrava così catastrofico come il suo collega di partito Mauro Ottobre. Che si sia accorto adesso, Ottobre, che bisogna risanare il bilancio comunale? O semplicemente ora che non è stato ancora nominato un assessore di Unione per Arco dichiara guerra aperta a Veronesi? Se Ottobre decide di rompere con la maggioranza lo dica e lo faccia, altrimenti si spreca fiato per nulla. Personalmente ripongo fiducia nel nuovo direttivo PD di Arco, nelle persone che lo rappresentano, e trovo “immorale” far ricadere le scelte e i ritardi del sindaco su tutto il partito. Dalle parole di Ottobre, riportate nell’articolo che ho citato poco sopra, si capisce chiaramente che non ha nessuna intenzione di stare ancora in coalizione col PD, eccitato dal risultato delle recenti elezioni comunali di Borgo Valsugana. E scaricando il Partito Democratico apre a tutto il panorama politico arcense, come un responsabile della caduta in attesa del riscatto, passando ovviamente sul carro dei vincitori. Italia dei Valori ha sempre fatto una politica trasparente e dalla parte della gente; mi chiedo dunque, affacciandomi dal balcone e scorciando questo modo di far politica, dove andremo a finire di questo passo. Dunque auspichiamo maggior serietà ed impegno da parte di tutti nell’amministrare la nostra cittadina.

26 febbraio 2009


Emendamento D’Alia: approvato in Senato un passo pericoloso verso una silenziosa dittatura
di Massimiliano Floriani

Di seguito riporto del materiale veramente preoccupante riguardo ad un emendamento, approvato nel decreto sicurezza, proposto dal senatore dell’Udc Gianpiero D’Alia. Il testo, così come è stato scritto, è una legge a tutti gli effetti scritta per oscurare completamente siti importantissimi (ultimi spiragli di libera informazione) come You Tube e Facebook, ma anche semplici blog personali.
Vi riporto la modifica della legge, un video con l’intervista al senatore artefice di questo dittatoriale emendamento e un'intervista tratta da “La Stampa” ad Antonio Di Pietro.

Proposta di modifica n. 50.0.100 al DDL n. 733
di Gianpiero D’Alia
Dal sito del Senato

Dopo l'articolo 50, inserire il seguente:

«Art. 50-bis. (Repressione di attività di apologia o incitamento di associazioni criminose o di attività illecite compiuta a mezzo internet)
1. Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell'interno, in seguito a comunicazione dell'autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l'interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.
2. Il Ministro dell'interno si avvale, per gli accertamenti finalizzati all'adozione del decreto di cui al comma 1, della polizia postale e delle comunicazioni. Avverso il provvedimento di interruzione è ammesso ricorso all'autorità giudiziaria. Il provvedimento di cui al comma 1 è revocato in ogni momento quando vengano meno i presupposti indicati nel medesimo comma.
3. Entro 60 giorni dalla pubblicazione della presente legge il Ministro dello sviluppo economico, con proprio decreto, di concerto con il Ministro dell'interno e con quello della pubblica amministrazione e innovazione, individua e definisce, ai fini dell'attuazione del presente articolo, i requisiti tecnici degli strumenti di filtraggio di cui al comma 1, con le relative soluzioni tecnologiche.
4. I fornitori dei servizi di connettività alla rete internet, per l'effetto del decreto di cui al comma 1, devono provvedere ad eseguire l'attività di filtraggio imposta entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000, alla cui irrogazione provvede il Ministero dello sviluppo economico.
5. Al quarto comma dell'articolo 266 del codice penale, il numero 1) è così sostituito: "col mezzo della stampa, in via telematica sulla rete internet, o con altro mezzo di propaganda".».


Di Pietro: con emendamento D'Alia, in Italia internet come in Cina
di Anna Masera
Dal sito de “La Stampa”

Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori, mette in guardia gli internauti dalla norma inserita nel pacchetto sicurezza (disegno di legge 733) approvato dal Senato grazie all’approvazione dell'emendamento 50 bis del senatore Udc Gianpiero D’Alia.
«L’emendamento - spiega l’ex pm sul suo blog - avvia "la repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo Internet". Nei fatti, se approvato, permetterà di reprimere la libertà di espressione e di opinione in Rete. Il reato di apologia e istigazione a delinquere è già previsto e punito dalla legge, chiunque ne venga accusato oggi viene processato e, se colpevole, condannato. D’Alia e i suoi mandanti non vogliono attendere il processo, né la sentenza, vogliono emettere subito il verdetto di colpevolezza obbligando i provider ad oscurare da subito il sito. Poi, chi se ne frega del processo».
«Un emendamento antidemocratico e incostituzionale - sottolinea Di Pietro - che cancellerà l’informazione in Internet in un soffio equiparando l’Italia alle uniche due nazioni al mondo che hanno queste restrizioni: Cina e Birmania. L’emendamento sotto il pretesto di chiudere le porte a siti come You Tube e Facebook in cui sparuti gruppi di fanatici ’inneggianò a Raffaele Cutolo e Salvatore Riina, nasconde ben altri obiettivi. Quello di oscurare l’ultimo tassello dell’informazione, Internet, che sfugge al controllo di Silvio Berlusconi monopolista dell’informazione privata e di Stato».
«Mi domando perché - conclude Di Pietro - non oscurare le reti Mediaset visto che inneggiano ad un assassino come Vittorio Mangano. Oppure perché non sciogliere la Lega di Umberto Bossi che istiga i padani ad armarsi di fucili contro 'Roma ladrona' da cui i suoi dirigenti prendono un lauto stipendio. Se questo golpe non si arresterà alla Camera scenderemo in tutte le piazze d’Italia. E ci rimarremo. Se l’emendamento D’Alia divenisse legge il mio blog, quello di Marco Travaglio, di Beppe Grillo, di Byoblu, di Daniele Martinelli, di Piero Ricca e di migliaia di altre voci libere della Rete, sarebbero oscurati. Questo è l’effetto, ed il vero obiettivo, di quell’emendamento carogna, ed il senatore D’Alia non lo nasconde». (Apcom)
«Il mio emendamento - ribatte il presidente dei senatori dell’Udc, Gianpiero D’Alia- ha l’obiettivo di colpire i singoli reati, rafforzando i poteri dell’autorità giudiziaria: solo se vi sono concreti elementi per i quali l’autorità giudiziaria ritiene che qualcuno compia attività illecita su Internet, infatti, il ministro dell’Interno può intervenire decretando l’interruzione della sola attività illecita».
«In ogni caso - prosegue D’Alia - è sempre previsto il ricorso all’autorità giudiziaria contro i provvedimenti del ministero, che possono essere revocati quando l’attività illecita viene meno. La nostra norma, insomma, non fa chiudere nè Facebook, nè YouTube, nè qualsiasi altro sito o social network: va semmai a garanzia sia degli utenti che vivono la rete come sano punto di aggregazione e fonte di informazione, sia di blog pieni di sciocchezze come quelli di Grillo e Di Pietro». (Ansa)

05 gennaio 2009

Arco nella storia, nella cultura e in goliardia
di Massimiliano Floriani

Dopo la caduta del principato vescovile di Trento ci siamo ritrovati a capofitto nell’impero austro-ungarico. Anche se da molti anni avevamo stretti rapporti con la casata d’Asburgo, questo non vuol dire che d’un tratto la popolazione dovesse non solo esprimersi in lingua tedesca ma, cosa molto più grave per un popolo, pensare con quella testa. Anche questo potrebbe non essere stato molto difficoltoso, per dei trentini attenti al rigore e ai sani valori del cristianesimo, del lavoro e dell’obbedienza. Dunque il problema dove stava? Forse in quegli irredentisti ai quali in parte dobbiamo la nostra autonomia, che creavamo un po’ di confusione nei circoli sociali. Oppure nell’essere riconosciuti in tutto il mondo tedesco come “sputacchiera”, e non più conca d’oro, località di benessere.
Pensate il controsenso, abbiamo tanto criticato, e ancora ci permettiamo di farlo, gli “invasori” austriaci, che adesso ogni rievocazione storica prende solo spunto da quel periodo: tutta l’eredità culturale dataci dai conti d’Arco scomparsa, sfumata in breve tempo. E la storia pre-austriaca, chi se la ricorda? Perché un consigliere comunale, ex membro della commissione cultura, alla domanda “chi era Alberto d’Asburgo” sa dirvi vita, morte e miracoli; ma di Bruno Emmert non solo non sa dire chi era, non solo non sa che è il nome con cui è stata intitolata la biblioteca civica, ma nemmeno sa che è morto da oltre cento anni?
Dovremmo fermarci un momento e chiederci perché ci siamo fossilizzati su di un periodo ben preciso, a parte qualche divagazione al poeta Nicolò d’Arco e al pioniere dell’aeronautica Gianni Caproni.
Le dinamiche sono spesso oscure, i risultati ambigui, allora se ne raccogliamo i pezzi uno ad uno per riformare un puzzle di migliaia di tessere, ne esce una città che sta ancora aspettando un riscatto, un risanamento totale.
Divagando per un momento, la stessa cosa sul piano culturale la si può riscontrare quando parliamo di musica tradizional-popolare trentina. A tutti vengono in mente i canti di montagna, quelli che i moltissimi cori presenti in regione eseguono ai loro concerti. Ma tutti si sono scordati che musica esisteva prima. Il mio bisnonno, pastore di pecore di Vignole, ad esempio suonava in una orchestrina composta da due mandolini, un violino, un contrabbasso, una chitarra ed una fisarmonica. E i cori? Sono nati dopo, durante la prima guerra mondiale. Abbiamo fatto reset; cancellato un’intera cultura di mescolanze plurietniche, una musica (quella autentica tradizionale trentina) che si rifaceva a melodie zingare, a suoni ungheresi e klezmer, ma con un gusto tipico delle alpi trentine, cantate perlopiù nei nostri dialetti.
Questo possono fare gli uomini e i loro tempi: cancellare la cultura in breve tempo.
Non ci dobbiamo meravigliare dunque se il passato di Arco per un turista è riassunto semplicemente nella parola Austria. Purtroppo lo è anche per molti arcensi. La proposta probabilmente più semplice sarebbe quella di portare il problema all’attenzione delle istituzioni, che diano una sterzata e provino a rilanciare la storia della comunità attraverso percorsi scolastici, mostre, conferenze, incontri. Rianimare il centro con feste dal timbro prettamente folcloristico, in costume rinascimentale. Cercando di limitare l’uso, e soprattutto l’abuso, del periodo austriaco, per così togliere un clichè ormai consolidato di “Arco Asburgica”.
Purtroppo il carnevale si è fatto protagonista assoluto di questo titolo, e ha trascinato la bella Arco in un crogiuolo goliardico, dove anche alla scomparsa del carnevale si continua a insistere su progetti collaterali ma con la stessa disorganizzazione, con a capo la stessa gente. Anche questo è un capitolo ampio: la goliardia che da sempre ad Arco ha imperato, senza portare negli ultimi anni risultati degni di nota. Sembra che sia dovuto dal Comune qualsiasi tipo di contributo in denaro per sovvenzionare una manifestazione che porti nel suo interno la parola Asburgo. Nessuno si chiede quanto costa e quanto porta. O meglio, cosa ne esce per la comunità. E c’è da chiedersi se il turismo aumenta con questo tipo di manifestazioni. I cittadini ne ricavano dei benefici in termini culturali e sociali, oltre che bere del vino e mangiare qualche fetta di salame? Credo che siano domande da porsi, specie quando i contributi sono spesso misurati dall’appartenenza dei componenti dell’associazione organizzatrice dell’evento a questo piuttosto che all’altro partito. Cose viste, provate sulla mia pelle in un percorso di volontariato intrapreso dal 2005.
Insomma una città, una provincia, a mio avviso legata alla lingua tedesca più di quanto a volte ce ne possiamo rendere conto. Nel 2003 a Latina ho incontrato un professore delle scuole medie superiori. Mi disse che aveva rifiutato la cattedra di filosofia ad un liceo di Trento perché non aveva il famigerato patentino di tedesco, e per lui imparare quella lingua sarebbe stato difficile. Abbastanza perplesso gli chiesi il perché di questa convinzione. E mi rispose che la maggior parte dei suoi colleghi professori nella sua città avevano scartato l’idea di salire in Trentino ad insegnare, pur alettati dall’idea visto il punteggio che avrebbero guadagnato in graduatoria, perché convinti di dover imparare la lingua tedesca. Convinti che il bilinguismo tedesco fosse esteso in tutta la regione, non solamente in Alto Adige. Questo dovrebbe far riflettere gli amministratori. Chiedersi che opinione ha il resto d’Italia del Basso Sarca, del Trentino. Questo punto è fondamentale perché si colloca al centro di un progetto importante da cominciare ad attuare: la divulgazione del nostro territorio turistico in Italia.
È tempo di affiancare alla sponsorizzazione delle città di Arco e Riva del Garda normalmente eseguita nei Paesi tedeschi, una massiccia attività di informazione nel resto d’Italia. Ci sono luoghi nel nostro Paese meno interessanti dal punto di vista naturalistico che vengono venduti ai turisti in modo splendido. Da queste parole non vorrei che qualcuno interpreti che il sottoscritto non vuole il turismo tedesco, ci mancherebbe. Solamente credo sia sbagliato puntare esclusivamente su quel tipo di turismo. Possiamo far convivere anche altre realtà che al nord del Garda non sono mai state molto presenti. Il tutto accompagnato da una buona dose di arte. A partire da un rilancio dei centri storici, specie quello di Arco. Cercando di proporre una rivisitazione dell’urbanistica, creando zone a traffico limitato più ampie. Non trascurando la riabilitazione dei periodi medioevale e rinascimentale. Dopo il bellissimo lavoro di restauro del castello, bisogna pensare ad un polo museale dinamico dove poter illustrare la storia e l’arte della dinastia dei Conti d’Arco. Che sia affiancato dalla ormai ben avviata Galleria Civica “G. Segantini”. Il tutto diretto da un’efficiente gestione che possa collaborare con gli organi turistici per poter organizzare e divulgare gli eventi in modo ordinato, un volano turistico di notevole importanza. Una mia ex professoressa al liceo delle Scienze Sociali di Trento, riteneva che fossi fortunato – sapendo che ero un appassionato di letteratura – a vivere ad Arco, perché era convinta che nella mia città ci fossero dei Caffé Letterari. Questa donna è di Vezzano. Capite allora che forse non dobbiamo informare solo gli eventuali turisti sul posto in cui viviamo, ma anche gli stessi trentini.

23 dicembre 2008

La montagna come forma di acculturazione moderna
di Massimiliano Floriani

Nella nostra società, dico nostra perché ormai volenti o nolenti ci appartiene (anche se forse siamo noi ad appartenere a lei) e visto che mi è difficile per certi versi trovare una sola differenza ai modi di vivere fra i vari popoli occidentali che un tempo in comune avevano poco, in questo calderone di culture dove niente si intreccia ma tutto si fa come pastone di idee e rivoluzioni inutili spesso volutamente false, qualcuno ancora si dedica alla montagna. E questo cosa centra? Qualcuno sicuramente sta pensando: cosa centra tutta questa introduzione con la montagna? Bene, allora parliamo prima della globalizzazione sociale e culturale, o antica omologazione.

La vita diviene cultura e la cultura si trasforma in vita
L’uomo ha guadagnato la vita in un periglioso cammino. L’ha guadagnata versando sangue, quasi sempre innocente. Con questo non stiamo accusando i nostri antenati di omicidio, dovremmo aprire un lunghissimo processo senza imputare naturalmente colpe o pene. Partendo dal presupposto che si è dovuto lottare per vivere in ogni periodo storico che rammentiamo, dalla nascita del mondo ai giorni nostri, è naturale dedurre che la sofferenza è di casa in ognuno di noi, il che vuol dire essa alberga nei nostri cuori, nel nostro corpo, sottoforma magari solamente di una piccolissima ansia verso l’incolumità dei nostri cari o verso la nostra incolumità. La sofferenza ormai ce la portiamo appresso come un vecchio baule di legno, simile a quello degli emigranti dove ci tenevano dentro tutta una vita. Una sofferenza acquisita, certo non desiderata. Un malessere. E questa sofferenza ha uno stretto legame col passato, in verità è un intreccio di legami che creano una fitta rete, dove vi poggiano modi di vivere, scelte personali che in futuro diverranno comunitarie. Si sono tramandati la sofferenza, questo soprattutto, questo hanno fatto nei secoli i popoli. Una sofferenza stranamente vivifica e salutare è quella però di alcune comunità, perché non tutto il male crea male, sugli errori si può fondare la migliore legge, il più eccellente disegno popolare. In alcuni paesini di montagna, e pochi ne rimangono, si può ancora percepire una sincronia di idee, uno scambio di opinioni che danno un risultato tutt’ora estraneo all’attuale modo di vedere le cose: seguite la scia della sofferenza in uno sperduto paese, vivete accanto al dolore, assaporate la quiete e lavorate con un pastore all’ombra di una malga, senza mai più accendere una televisione, o senza più vedere un’automobile!

Le condizione montane: miseria e saggezza
Certo si fa presto a parlare, provare a lasciare tutto della nostra quotidianità per rischiare in una condizione così lontana dalle classiche abitudini ci sembra, giustamente, impossibile. Eppure dimentichiamo che discendiamo direttamente da queste comunità, che oltre a quel poco non avevano. Nei secoli scorsi stranamente era molto più lenta la trasformazione, un popolo mutava più lentamente i modi di vivere, le proprie esigenze e l’economia si andava adeguando ai tempi con calma. Il contrario è avvenuto negli ultimi quaranta/cinquant’anni. La tecnologia ha fatto accelerare i tempi. Ma i paesi che ancora conservano una discreta miseria conservano anche una discreta saggezza. L’ignoranza intesa come mancanza di conoscenza è una intelligenza dieci volte maggiore di tutte le furbe lauree. Perché una mente non ancora corrotta dai nostri sistemi è una mente alla quale non manca nulla, e il sapere in questi casi non vale anch’esso nulla. Per esempio, ancora a Pejo le stalle albergano in alcune case, in poche certo, ma è un esempio di quanto possa persistere la tradizione montana con la tecnologia di questo presente. Situazione rara destinata a scomparire, senza essere pessimisti, ma per essere realisti.

Una trasformazione repentina e indisturbata
Allora c’è stata una trasformazione in questi ultimi decenni? E chi non se ne è reso conto? O meglio perché nessuno, se non pochi folli, si sono opposti? Purtroppo il benessere si paga in molti casi molto caro. E noi lo abbiamo strapagato, senza sconti. Questa mutazione si è avviata nei grandi centri per arrivare a contaminare le piccolissime comunità. Ma non intendo fare una relazione storica, o cercare di spiegare il perché, voglio solo mettere in luce i danni che sono stati e che si stanno creando. A volte sentiamo qualche anziano esclamare: “se stava mèio ‘sti ani” o “se stava mèio quando se stava pègio”. Perché? Sono frasi fatte, molti credono, e alcuni anziani lo dicono solo perché ormai sono diventate frasi comuni. Ma è veramente un modo di dire? Sono convinto che questo benessere abbia introdotto un modo di vivere frenetico e scoordinato. Lontano dai tempi, dalle abitudini, ma soprattutto dalla vita di comunità e dalla purezza, che la miseria di un tempo custodiva. Chiaramente ci sono i pro e i contro. La miseria è sempre miseria. Ma non era possibile una via di mezzo? È questo che io condanno, la trasformazione repentina e indisturbata: condanno la nostra negligenza a fermare l’innovazione distruttiva, a fermare questo mondo in corsa.

17 dicembre 2008

La donna è veramente utile?
di Massimiliano Floriani
Rubrica "L'ortiga"
Notiziario Comunale di Arco
n. 2 / 2008

Quando il Signore tolse una costola ad Adamo per dargli una compagna, in quel momento il primo uomo non avrebbe mai pensato la diatriba che nei secoli da quel gesto sarebbe nata: la donna è veramente utile?
Non importa se chi legge crede nella creazione dell'uomo o meno, l'esempio si presta per dare lo spunto ad uno dei più antichi scontri dell'umanità. La donna trattata come schiava, la donna relegata in casa con il solo compito di accudire la famiglia. La donna mero strumento per la procreazione. Per molti secoli religioni di tutto il mondo hanno dimostrato di non tener in considerazione la femmina dell'uomo, altre religioni al contrario le indicavano divine o perlomeno fondamentali nella comunità.
Le mentalità si ribaltano negli anni, e adesso troviamo donne forti capaci di farsi valere e di far valere le proprie idee ed i propri diritti. Comunque credo, tutto sommato, che si continui a non dare un peso esatto alla cosa, che non si riesca ad essere equilibrati. Pensate in campo politico: le quote rosa sono entrate nella politica di casa nostra come un bisogno. Non ci credo. Non mi sembra sensato, e nemmeno leale verso il mondo femminile, attribuire di legge dei posti nelle liste a delle donne. Non perché sono contrario che una donna possa interessarsi di politica ma perché è un gesto che sminuisce tutto un mondo – quello femminile – che di certo non ha bisogno di posti riservati. La parità dei sessi, per la quale tanto si è lottato, porta sullo stesso livello uomo e donna: gli stessi diritti. Dunque una donna, messa finalmente alla pari del suo compagno, può decidere se intraprendere una carriera politica dimostrando il proprio valore. Se invece troverà già dei posti riservati, allora, forse il percorso diventa più semplice, direi quasi un posto tenutole caldo, sia valida o meno. Invece se è vero che la sudata parità dei sessi ha portato la donna alla pari, e per molti anche meglio dell'uomo, dovrebbe dimostrare da sé la sua capacità in politica come nel resto della vita. Senza sconti. Altrimenti tutto quello che si è detto nel tempo svanisce. E la donna per quanto possa essere al governo, cade vorticosamente in un tranello nel quale lei è la dama voluta e di certo non arrivata. Non voglio dire di essere contrario alla donna in politica, anzi, ma alla pari dignità e capacità di noi uomini. Poi gli errori li fanno tutti, uomini e donne; mi viene in mente Indira Gandhi che è per molti politici un esempio da imitare mentre per molti indiani una disgrazia da non ripetere.
Sicuramente non possiamo affermare che questo straordinario dono non sia da venerare. Io ho sempre avuto un debole per la donna: il suo sesto senso, la sua determinazione, la sua forza interiore, la sua capacità di affrontare la vita. Forse avrete capito che sto parlando di una donna passata, trascorsa, la donna contadina: quella che lavorava dieci ore nei campi e poi tornava a casa ad accudire dieci figli. Adesso il mondo è diverso e le cose cambiano. Ma rimango dell'idea che in fondo al cuore ogni donna cela una capacità maggiore di sopportazione di qualsiasi uomo. Per questo le ringrazio, dalle madri alle amanti.
Voglio, in conclusione, lanciare una sfida a tutte le donne: riuscireste ad essere veramente donne e sentirvi apprezzate per questo se, guardandovi intorno, trovaste parcheggi riservati (i famosi parcheggi rosa), posti riservati nei partiti, ed altri molti privilegi? Dovreste lottare per avere degli autentici privilegi: essere riconosciute madri indiscusse della vita, creature senza le quali le famiglie sarebbero perse, svuotate di ogni senso. Lottare per un diritto su tutti, essere riconosciute finalmente come donne. Questa è vera parità.
Auguri Nepal!
di Massimiliano Floriani
Rubrica "L'ortiga"
Notiziario Comunale di Arco
n. 1 / 2008

“Lasciami fuggire, ora. Tu non puoi, tu non puoi stare nel mio pensiero. Io devo, andare lontano, al centro del mondo, sopra il mondo, alla radice. Devo vedere e toccare la terra, entrarci. Sono stato stregato da tempo ormai, dalle stravaganti immagini dell’oriente e non posso ritrarmi dall’essere appagato da questa enorme ricompensa al nostro odio occidentale. Mi conosci forse poco ma questo viaggio sarà un inizio, un vero inizio per un pensiero nuovo.”
Questa è la riflessione che ho scritto in un appunto, sull’aereo che mi stava portando in Nepal nel dicembre 2006. Questo è ciò che avrei potuto dire alla mia ragazza prima di partire, prima di lasciarla per tre mesi. Ma in quest’epoca di follie le parole non si trovano quasi mai. Meglio ritirarsi in un silenzioso e solitario eremitaggio ai confini del tempo, ai confini del mondo. Ho girato abbastanza l’Europa, da est ad ovest. Ma non ero stato mai fuori dal vecchio continente. A diciannove anni mi innamorai di Parigi e imparai ad odiare Londra. A ventuno fui stregato dalla magia alchimista di Praga, dall’eternità di Roma, colsi la perfezione di Copenaghen e sognai alla luce del sole nei canali di Amsterdam. Non è molto, ma ad un povero giovane voglioso di svelare il mondo è come rivivere ogni volta. Adesso però ho voglia solo di cercare, dopo anni di prigionia religiosa imposta da un credo cristiano che nemmeno il Cristo accetterebbe. La mia meta non è arricchimento religioso. La mia meta non è ricerca di un altro Dio. La mia meta è l’ignoranza. La splendida spiritualità data dalla trasparenza dell’uomo, che giace spero in qualche cultura lontana. Perché è proprio nell’assoluta ignoranza che vi è la bellezza esatta della saggezza. Non vi è l’annientamento dell’uomo, della bontà, dell’esistere. Questo è un vero e proprio Credo, ma non statico e nemmeno assimilabile. Pasolini ne parlò molto e molti lo derisero. Forse dunque è meglio farsi deridere e vivere nel tiepido lago dell’altruismo. È anche vero che troppe aspettative non portano buoni frutti e spesso si può rimanere scottati non riuscendo a trovare ciò che si sta cercando. Ma il Nepal può donare i frutti dell’Eden, può ridare la pace. Nei tre mesi che vi ho trascorso ho ritrovato strade compromesse da tempo, immagini nella mia anima che credevo svanite, sensazioni forse sconosciute. L’ignoto è molto spesso nella cultura lontana, nei modi di vivere e nelle tradizioni di persone diverse. È questo che rende gran parte dell’Oriente stravagante. Questa è magia: vedere nelle pupille di quella gente d'una classe inesistente, accendersi il fuoco della speranza e dell'assoluta pace interiore. Il paranormale sta nell'ammettere una capacità non normale di vedere oltre, e per un europeo non è cosa da poco.
In questo periodo i nepalesi stanno facendo un’inversione politica importantissima, stanno istituendo la Repubblica del Nepal. Il re si è messo da parte, dopo secoli di dominio assoluto. Vedremo col tempo se la ricompensa richiesta, la democrazia, arriverà puntuale. Vedremo se questo Stato fra le nubi divine, potrà avere un sistema libero dalla corruzione che purtroppo la vicinissima India si fa maestra. Auguri Nepal! Noi staremo qui ad osservare tutti voi: induisti, buddisti e musulmani. Tutti insieme. Come ricompensa agli sforzi. Gli emigrati tibetani che rammentano un dramma spesso scordato compiuto da cinesi assetati di espansione, vivono in un pacifico invidiabile accordo con musulmani fedeli e induisti ferventi. Tre diversi e antichissimi Credi in un Paese solo. Ma d'altronde in questa terra nulla dovrebbe meravigliare, l’orologio è fermo, nulla va di fretta… È oltre l’eterno tempo che si trova l’amore per la vita. E che sia così ancora per i prossimi secoli. Auguri Nepal!